Τρίτη, 23 Απριλίου 2013

Vico ultimo alla Sorgente, Floriana Coppola


di Gloria Gaetano

Ci vogliono veramente doti narrative fuori dal comune per scrivere di un fatto di cronaca, non in uno stile di crudo realismo, ma in maniera densa, asciutta, compatta, forte, che dà voce a un silenzio domestico omertoso, ai maltrattamenti subiti nella rassegnazione accettata, di un amore molesto feroce, impietoso del maschio predatore.
 Tutto viene visto e raccontato come vicenda “consueta” in una comunità che rispetta i canoni patriarcali e che si rassegna facilmente a una sopravvivenza abituata alle asprezze, alle paure e all’aggressività maschile.
 E’ questo il tema dell’ultimo romanzo, Vico Ultimo alla Sorgente, edito a Napoli da Homo scrivens di Floriana Coppola, scrittrice, poetessa, collagista napoletana che va a fondo, nell’animo della sua città, di cui conosce il ventre, il buio dei vicoli, le improvvise apparizioni di chiese stupende, di palazzo Filomarino, e di tutto lo splendore oggi un po’ degradato di vie palazzi e chiese.
 Con Anna, la protagonista del romanzo, si corre per Spaccanapoli, con i suoi figli, si corre senza meta, per la città oscura che si aggroviglia in strettoie, bottegucce artigiane, si tenta di fuggire dalle angosce, dalle paure, in cerca di una liberazione che vive nella sua fantasia, disposta a correre ogni rischio.
 Noi la seguiamo nel suo affanno, nei percorsi ignoti, grigi dei vichi, in cui, a volte, appare uno sprazzo di luce, segno di speranze, illusioni miste agli oscuri grovigli dei suoi percorsi istintivi.
 In Vico Ultimo della Sorgente ho ritrovato in Anna tutte le donne che avevo incontrato e incontro spesso, le vittime di un femminicidio lento, silenzioso, feroce, incontrollato.
 Donne che hanno paura; che – quando non supportate da una famiglia presente e disponibile – non sanno dove andare, una volta in fuga dall’inferno; che non vedono alternative di indipendenza
 Anna corre, senza tregua, senza avvertire la stanchezza, quasi soffocata dall’ansia e dal respiro strozzato. Ma ormai il sogno, la speranza la accende, la illumina dentro, le impedisce di fermarsi. Il sogno di liberarsi di una vita soffocante di violenza. Il suo sogno di libertà. Da qualche parte la sua fantasia percepisce uno spazio libero, sia pure al di fuori del mondo. E c’è, esiste: Anna lo sa.
 Anna è dunque vittima di una violenza inaudita, non solo ad opera del marito, ma altresì, dei genitori del medesimo, che alimentano con i propri comportamenti omertosi e minacciosi, il senso di frustrazione della ragazza: prigioniera nella sua casa, schiava dei voleri del suo “compagno di vita” e costretta al silenzio ad ogni attacco, ad ogni abuso.
 In una città come Napoli, la ragazza incontrerà un’assistente sociale che la porterà per mano, guidandola come una madre, fino a condurla presso la residenza di alcune suore, che sapranno aiutarla.
 Prima di trovare un luogo, un piccolo spazio di libertà, di pace, e di realizzare il suo sogno di vivere lontana da quell’uomo che aveva amato e poi si era rivelato il suo carnefice, era stata a lungo in un silenzio ovattato, come se fosse sorda, paralizzata.
 Poi improvvisamente tutto si era illuminato, la sua immaginazione si era come infiammata ed era iniziata la sua folle corsa incendiata da un desiderio incoercibile di fuga.

***
 Corri Anna, fuggi, la porta è aperta, si è spalancata per te. E’ questo il segno del tuo destino. E la tua vita non è qua. Fuggi via dalla morte, salva i tuoi figli.
 La tua mente brucia e di lanci con la mente incendiata per tutti i vicoli senza guardare, senza girarti indietro e il tuo pensiero di fuga diventa canto:

vico primo della quercia
 impara l’odio e il canto sei una sirena
 vico orto del conte vicolo vicolo basso
 amore anche se non hai padre sei uno schianto
 prendi una scala, supera il fosso

vico egiziaca a pizzofalcone
 piglia il volo uccello mosca zanzara tordo e piccione
 che le ali non bastano mai per fare scudo
 tra chi ti vuole male e chi
 nella tua pancia vuole fare un buco
 vico delle fiorentine a chiaia
 vico danzante danzano i tuoi piedi
 fata scalza ragazza senza fante

vico dattero vicolo burlone
 la vita ti ha fatto un brutto scherzo
 ma dio non ti vuole

***

Ma prima di questo misterioso, dapprima vago, poi bruciante, desiderio di fuggire, c’erano stati giorni terribili, in cui si sentiva come morta, finita. Forse desiderava solo la morte. Ed ecco un brano dell’autrice, in cui con parole dense, crude, ma asciutte ed essenziali, parla della vita domestica di Anna.
 “Non aveva ancora deciso cosa fare con Antonio, del suo inferno con lui. Era troppo presto per pensare. Aveva la bocca impastata, un senso di amaro in gola e pochi pensieri sfilacciati, chiusi in una torbida nebbia. Poteva finire solo così, lo sapeva, l’aveva sempre saputo. Si riaddormentò quasi subito sotto l’effetto dei farmaci, e sognò il suo corpo ferito, le braccia rivolte in alto per ripararsi dal coltello e dalle botte feroci che si abbattevano sui fianchi, sulla schiena, sulle gambe. Era vestita da guerriera, come nei film in bianco e nero che aveva guardato da bambina in televisione. La pelle della tunica sfiorava le sue cosce e i calzari la tenevano ben salda sul terriccio del campo assolato. Combatteva a braccia nude. A causa del sole che l’abbagliava, non riusciva a mettere a fuoco il nemico. Era uno solo? Oppure erano in tre ad alternarsi nella lotta? Era esausta ma non doveva fermarsi, altrimenti sarebbe morta sotto i colpi tremendi. Scuoteva la spada nell’aria e con l’altra mano teneva stretto lo scudo. Sentiva il sudore freddo della paura ghiacciarle la schiena. Non doveva fermarsi. Si agitava più che poteva, trattenendo il respiro, ingoiando la polvere.
 Aprì di nuovo gli occhi. Aveva sete e le labbra erano screpolate. Chiese un bicchiere d’acqua ma l’infermiera le spiegò che era ancora presto per bere e che avrebbe potuto solo inumidirle le labbra con una garza. Anna acconsentì e, dopo il sollievo che quel gesto caritatevole le procurò, riprese a dormire. Fluttuò in un nuovo sogno. Era bambina, piangeva silenziosa mentre un giudice grosso come una montagna leggeva la sua condanna. A ogni parola Anna avvertiva una nuova ferita sul suo corpo già straziato. Tremava. Fuori del tribunale, Antonio la stava aspettando furente. Aveva le mani in tasca e l’aria di chi non avrebbe lasciato ad altri il suo territorio. Anche nel sogno Anna sentiva la forza di quell’amore rapace. Lei era l’insetto paralizzato nella sua ragnatela vischiosa.
 Tutto si è preso di me“.
 Ecco, nella prosa compatta e nello stile dalle lievi sinestesie, Anna si sente come un insetto paralizzato nella sua ragnatela vischiosa. Immagine quanto mai precisa e pregnante, che fa avvertire sulla pelle la condizione di Anna prima della folle corsa tra vicoli tortuosi dei suoi pensieri e delle sue ansie, dei desideri e delle tensioni. Corre senza tregua e se cade si rialza, per ripartire di nuovo. Anna non si ferma, e questa è la sua storia. È la storia di una donna e di tante altre vittime come lei, in casa e non solo. Una corsa eterna, sullo sfondo di una Napoli cruda, difficile, sprezzante. Finché nel dolore si aprono spiragli di speranza, illuminati dalla volontà di vivere, dal sostegno di poche amicizie e dalla forza trainante dell’amore per i propri figli. L’amore per il marito è finito, si è trasformato in terrore, mentre prima di sposarsi sembrava il centro della vita di Anna, con mille promesse di gioia e di anni felici insieme.
 Ma il decadere negli inferi di questa storia sentimentale offre uno spunto di riflessione sulla reciprocità della relazione, sulla consapevolezza del legame con l’altro e con il divino: la malattia, la morte e la separazione non sono perdita assoluta di sé e della propria storia, se la sofferenza è condivisa con il gruppo d’appartenenza.
 Lento e inesorabile si sviluppa l’intreccio che diventa drammatico nella seconda parte del romanzo. Nelle ultime pagine più che la conclusione della storia si avverte una spiritualità diffusa e vigile che rimanda ad ulteriori significati, ad ulteriori sentieri.
 Uno stile denso ed essenziale dai forti toni lirici accompagna la narrazione, da cui emerge la profonda esperienza dell’autrice, insegnante, specializzata in analisi transazionale, che da tempo opera nel campo della prevenzione del disagio infantile e giovanile. Attraverso le pagine del libro, Lino, un bambino di sette anni, offre al lettore il suo punto di vista: Lino osserva dal “cortile”, luogo inconsapevolmente educativo, il mondo degli adulti facendo emergere i valori e i comportamenti non sempre esemplari su cui l’animo infantile riflette, cercando di costruire la sua concezione della vita e della morte.
 Il libro di Floriana Coppola si presenta, infatti, come un breve ma intenso romanzo di formazione, dove i personaggi s’interrogano profondamente sui valori morali e spirituali che orientano la loro vita, sulle pulsioni più istintive che la condizionano.
 Ed è da spiegare e analizzare come mai nella magnifica e maestosa città di Napoli, che ha tanti luoghi criptici e segreti, città piena di contraddizioni, di quartieri bui e degradati, di caverne senza fine, di sotterranei catacombali, che costituiscono la seconda città, il suo doppio, il suo inconscio, in cui esiste una continua comunicazione e condivisione con gli altri, siano emerse figure di autrici tra le più grandi di questo secolo.
 Sarà perché Napoli è metafora del sé più nascosto. La città che affonda, profondità del tempo, nella sedimentazione delle epoche, delle dominazioni, dei resti funerari, come i teschi delle Fontanelle (… sarebbe interessante fare un’anamnesi di tutto ciò che racchiude), un’immaterialità verso un mistero originario, in forma criptica e iniziatica, un principio di vita e di morte, un dispositivo magico. Troviamo in questa foresta pietrificata immagini, resti, teschi della città sotterranea e criptica.
 Floriana, dunque, nel solco della scrittura femminile napoletana. Le ho lette, rilette, amate tutte queste grandi scrittrici, straordinarie, complete, animate da una forza della parola e delle visioni fuori da ogni banalità colloquiale e di presunta vivacità.
 Anna Maria Ortese, Elena Ferrante, Elsa Morante, napoletana per il tempo che ha vissuto tra Napoli e la sua Procida, Fabrizia Ramondino, Cilento, Vera d’Atri.
 Perché a Napoli hanno espresso tutta la forza espressiva, la mancanza di retorica, idee nuove, percezioni che altre non hanno.
 Un fervore che brucia gli animi, dà luce a misteriose suggestioni, a immagini forti, a storie che, spesso, ti afferrano alla gola per la loro pregnanza semantica.
 Perché proprio qui hanno trovato quel luogo dei desideri, della conoscenza, della loro formazione espressiva? Nessuna finzione letteraria per queste scrittrici. Tutto è vita vera. Soprattutto i loro romanzi. La vita del resto ha i tempi del romanzo. Fatica e attesa del piacere, accoglienza della dialettica del senso della vita e della morte.
 Ho amato la Ortese, con tutto il suo ricco apparato allegorico: Iguana è un’opera complessa in cui i motivi poetici e fantastici si intrecciano con motivi etici, sociali, storici. L’alterità di questa bambina-rettile, che non ha anima, che è insieme una serva e una reietta in un mondo dominato dagli uomini e dallo spirito di conquista e di separazione, ammonisce sulla “dipendenza negata” del mondo dei suoi oppressori dal suo mondo e dalla sua esistenza. In una parola, Estrellita è la figura della differenza e di ogni suo mancato riconoscimento. Quel che rende Anna Maria Ortese particolarmente significativa per un discorso ecocritico sono i temi che percorrono la sua scrittura: la solidarietà tra le forme di vita, lo strazio per i peccati di un’umanità cieca alla debolezza, la voglia di redenzione della differenza, la considerazione della natura come soggetto e non come terreno di possesso, l’interesse costante per il paesaggio.
 E quanto di simile, nel senso della continuità della conoscenza della città, delle relazioni, delle persone, nella narrativa di Floriana Copppola.
 Come la ricerca della Morante: “A distanza di tanto tempo, adesso io vado tentando di capirei sentimenti che, in quei giorni, cominciavano ad accavallarsi stranamente nel mio cuore; ma tuttora mi trovo incapace di distinguere le loro forme, che si mischiavano in disordine verso di me, e non erano illuminate da nessun pensiero”.
 A Procida ci sono stradine che la percorrono con la sensazione di passaggi segreti, epoi giardini immensi, tutti punteggiati dall’oro dei limoni, e rocce falesie, promontori muschiosi su uno dei quali spiccala mia casa bianca che riflette i bagliori del male invaso di sole e il colore madreperlaceo delle infinite conchiglie. Nelle giornate di sole e piaggia leggera tutta l’isola appare una grande conchiglia, sfocata, piena dei suoi miti, delle sue storie dei suoi fantasmi di sempre. E’ L’isola di Arturo, in cui si svolge il suo cammino dall’infanzia a una strana consapevolezza non adulta, mai matura. Si avverte l’energia del sentire, inquieta e tormentata che si agita, si tormenta si alimenta di tutto il fervore della prosa incendiaria della Morante, della leggendaria materia dominata con estrema lucidità dalla scrittrice. Arturo non approda alla maturità, non giungerà mai a crescere. Non è un romanzo di formazione, ma, a volte di inquietante comunione con il mare e le rocce e gli arbusti. E ci sembra di lasciarlo lì il ragazzo isolano, trasformato nel mitico Colapesce, che nuota scende negli abissi, metà uomo e metà pesce, come nella leggenda tramandata in canzone.
 Si può dire per Floriana quel che disse Mario Stefanile di Matilde Serao?
 “Matilde Serao coincide con il ritratto della città, il ritratto segreto e commosso, trepidante e acceso, vibrante e straziato di una città che esprime la sua grandezza non già attraverso l’opulenza ed il sorriso, ma con la miseria ed il pianto” .
 Come non riconoscere nello stile di Floriana Coppola lo stesso pathos, la ricerca affannosa e inconscia che scivola sotto il reale, il fervore di corse affannate alla ricerca di una libertà, di un riscatto, cui la civiltà, il mondo moderno, non ha saputo offrire soluzioni?
 I punti di contatto, nonostante l’attualità del tema, tra le grandi scrittrici napoletane o quasi napoletane, esistono nel sentire profondo, nella passione, a volte magmatica, quasi archetipica, controllata da una vigile lucidità e da una riflessione che si pone in forme più nuove, più variegate, più inesorabili.

"Ροζάριο" Άννα Αχμάτοβα - Εκδόσεις Φίλντισι


Το Ροζάριο αποτελεί τη δεύτερη ποιητική συλλογή της κορυφαίας Ρωσίδας ποιήτριας Άννας Αχμάτοβα. Δημοσιευμένο προτού ξεσπάσει ο Πρώτος Παγκόσμιος Πόλεμος, την Άνοιξη του 1914, το Ροζάριο αποτελεί αντικείμενο λατρείας. Όπως μαρτυρά ο τίτλος αυτής της συλλογής, πρόκειται για ένα ιερό σκοινί με χάντρες που φτιάχνεται για σιωπηρές ασκήσεις προσευχής. Παραπέμποντας λοιπόν, στη θρησκευτική θεματική, η Αχμάτοβα χρησιμοποιεί τον τίτλο για να κάνει ένα παιχνίδι γύρω από την έννοια της θρησκευτικότητας.

Της Πωλίνας Γουρδέα

Η συλλογή αυτή αποτελεί μία καταβύθιση στο μυστήριο του έρωτα, με ποιήματα που ενέχουν μέσα τους ορθόδοξες θρησκευτικές εικόνες και λέξεις, με αποτέλεσμα να υμνείται στην ουσία του ο γήινος έρωτας με τα ύψη και τα βάθη του. Βασικότερο χαρακτηριστικό της συλλογής αυτής είναι η ποιητική έκφραση που έχει ως βάση της την ανθρωπιά στο λόγο, στις λέξεις και στις καταστάσεις που πραγματεύεται.

“Τι να μου κάνει του θανάτου το μαράζι!/ Αν μείνεις μαζί μου λίγο ακόμη/ Συγχώρεση από το Θεό θα ικετεύσω/ Για σένα κι όλους όσους αγαπάς”. Μετάφραση από τα ρωσικά Δημήτρης Τριανταφυλλίδης, εκδόσεις Φίλντισι/Samizdat, Αθήνα 2012, σελ. 81)

Το Ροζάριο ήταν η συλλογή εκείνη που έκανε την Άννα Αχμάτοβα διάσημη στη Ρωσία και που μέχρι σήμερα, ανήκει στους θησαυρούς της παγκόσμιας λογοτεχνίας. Έχοντας λοιπόν, ο μεταφραστής Δημήτρης Τριανταφυλλίδης, μια μεγάλη μορφή της παγκόσμιας ποίησης στα χέρια του, κατόρθωσε να μας χαρίσει μία μετάφραση ζωντανή και απολαυστική, χωρίς να χάνει ίχνος από το ποιητικό στίγμα μιας σπουδαίας  δημιουργού όπως ήταν η Άννα Αχμάτοβα.

“Αραιά και πού τη σιωπή διακόπτει/ Του πελαργού η φωνή που κάθεται στη στέγη/ Κι αν την πόρτα μου χτυπήσεις/ Νομίζω πως δεν θ’ ακούσω καν”.  (ό.π., σελ. 59)

Η σοβαρότητα, οι πηγές, η σαφήνεια στη διατύπωση και πάνω από όλα, η απλότητα του στίχου, συνδυάζονται με τη βαθιά γνώση της λογοτεχνικής παράδοσης της Ρωσίας και εναποθέτουν στα χέρια μας μια ποιητική συλλογή που αποτελεί, έτσι κι αλλιώς, από μόνη της, έναν λόγο ύπαρξης της τέχνης της μετάφρασης. Ο Δημήτρης Τριανταφυλλίδης είναι η εξαίρεση του κανόνα, που στο σύμπαν των μεταφραστών, κατορθώνει να μένει μακριά από την μιζέρια της οικονομικής πραγματικότητας, από τις εμπορικές συναλλαγές και τις διπλωματκές σχέσεις της επικοινωνίας εν γένει. Έτσι, μας χαρίζει μια έκδοση, της φημισμένης αυτής ποιητικής συλλογής, που δεν στερείται τίποτα από τον μνημειώδη της χαρακτήρα και δεν χάνει τίποτα από τη συγκίνηση που προκαλεί στο πρώτο της ανάγνωσμα.

“Δε μ’ αγαπάς, δε θες να με κοιτάξεις,/ Ω, πόσο όμορφος είσαι, καταραμένε!/ Να πετάξω πια δεν μπορώ,/ Εγώ που από μικρή φτερά δικά μου είχα./ Τα μάτια στην ομίχλη καρφωμένα/ Συγχέονται πρόσωπα και πράγματα/ Και μόνο μια κόκκινη τουλίπα,/ Στο πέτο σου ξεχωρίζει”.   (ό.π., Σύγχυση, σελ. 15)

Ο μόχθος της μετάφρασης, ιδίως της ποίησης, είναι μια επίπονη και ελάχιστα επικερδής ενασχόληση. Όμως, το υπέροχο ύφος της Άννας Αχμάτοβα και η άφθαρτη γλώσσα της αποτελούν μία πρόκληση άνευ προηγουμένου. Μία τέτοιου είδους ενασχόληση απαιτεί μια ποιητική και γενναία ψυχή. Ίσως αυτά να είναι τα σημαντικότερα προτερήματα ενός αξιόλογου μεταφραστή, όπως αποδεικνύεται να είναι ο Δημήτρης Τριανταφυλλίδης. Ο τρόπος που αποδίδεται η εσωτερική ισορροπία και η διαλεκτική της Αχμάτοβα, σε συνδυασμό με τον πόνο και την αντίσταση σ’αυτόν, η παραίτηση αλλά και η υπεράσπιση του εαυτού, που κρύβονται σχεδόν σε κάθε στίχο, μας κάνουν να μη θέλουμε ν’αφήσουμε το Ροζάριο από τα χέρια μας. Στη δύσκολη και αξιέπαινη τέχνη της μετάφρασης, ο Δημήτρης Τριανταφυλλίδης είναι πρόθυμος να μας συστήσει το μέγεθος μιας τέτοιας ποιήτριας. Τον ευχαριστούμε γι’ αυτό, διαβάζοντας με προσοχή και ευλάβεια, όπως απαιτεί η εναχόληση με το Ροζάριο, τους μοναδικούς στίχους της ανεπανάληπτης Άννας Αχμάτοβα.

“Και η καρδιά ξέρει μέσα στην πίκρα,/ Πως είναι εγγύς, εγγύς ειν’ ο καιρός,/ Όπου όλα πια θα τα μετρά/ Με το λευκό μου γοβάκι”.  (ό.π., σελ. 25)