Δευτέρα, 19 Νοεμβρίου 2012

Pronta in bilico - Natalia Paci, edizioni Sigismundus




Storia di tragicomiche precarietà

Nota di Anna Elisa De Gregorio su Pronta in bilico di Natalia Paci, edizioni Sigismundus 2012.

Una faccia di clown divisa in due da un trucco sapiente (di parole): una mezza bocca rivolta all’insù ride da un lato, dall’altro una lacrima scende sulla gota. Ecco come riassumere in un’immagine vagamente romantica la “leggerezza che pesa” di Natalia Paci: entriamo in un mondo di inusuali filastrocche, limerickcalembours,nonsense, che ci costringono a pensare, fra una rima e l’altra, fra un’assonanza e l’altra, fra un sorriso e l’altro, al disagio del vivere, ai problemi del nostro tempo. È infatti una giovane figlia del nostro tempo l’autrice (alla sua prima prova) di questo snello volume di poesie dal titolo significativo Pronta in bilico, che ben ne anticipa il percorso. Scrive giustamente Renata Morresi nella divertita prefazione, scritta in perfetto sin-patos con lo stile dell’autrice: ‹‹La disarmante semplicità di Pronta in bilico porta il linguaggio della comunicazione alle sue conseguenze estreme: lo tira fino all’osso, fino al contrario di se stesso››.
Poiché poesia è esperienza, quasi tutti i componimenti esprimono l’assoluta precarietà (filo conduttore del libro) che, oggi più che mai, circonda e ammala tutti e nella quale tutti ci riconosciamo, pur se “raccontata” in prima persona. In particolare nella prima sezione, di certo la più significativa, Commentario precario, dove Natalia Paci, forte (o, meglio, debole) del suo lavoro di avvocato e delle sue conoscenze in campo legislativo, con una costante “cifra” ironica e un po’ amara, narra le disavventure di questa attività mescolata ad un “quotidiano” altrettanto precario, sia con i suoi versi, sia con epigrafi esplicative, tratte direttamente da articoli di leggi vigenti: ‹‹Ho perso la licenza/ poetica. Un licenziamento in regola/ d’arte: impugnabile entro/ sessanta giorni dalla perdita/ dell’ispirazione.// Chiederò il risarcimento/ del danno/ un equo compenso/ per le figure fatte/ (retoriche ovviamente)./ Un’indennità in versi:/ tutte le strofe perse/ da quel giorno/ all’effettiva reintegra/ in me stessa/ con un minimo/ di cinque enjambement.// Certo, dovrò ricominciare/ da zero/ dalla pagina bianca./ la poesia è dura/ ma non stanca››. Questo componimento, riportato per intero ad esclusione dell’esergo (che è parte dell’articolo diciotto dello Statuto dei lavoratori), è esemplare della scrittura di Paci e delle sue capacità di manovrare parole per esprimere sentimenti: qui possiamo leggere, oltre alla fatica del districarsi nel mondo inquinato del lavoro, una dichiarazione d’amore per la scrittura in un alternarsi di doppi sensi fra il linguaggio burocratico e quello poetico, fra amarezza e sorriso, ribellione e ironia. Questo giocare, solo apparentemente lieve e con il garbo, che sempre lo accompagna, si fa apprezzare sempre di più andando avanti nella lettura delle altre sezioni. In Acrobazie domestiche sono nascoste le poesie più belle “tra il cuore e la mente” e, fra queste, la poesia che dà il titolo al libro: ‹‹…Su un filo di luce/ non perdo di vista/ il mio punto di vista/ impronta di riferimento/ impressa sempre dentro/ pronta in bilico/ sulla punta della lingua.//Funambula inesperta/ sonnambula incerta/ incontro ostacoli di percorso/ in agguato lungo il mio dorso/ costola dopo vertebra/ nelle vene dentro il ventre/ sulla strada – non asfaltata -/ tra il cuore e la mente››
L’ultima sezione (“un po’ a sorpresa, ma ben compresa”, si potrebbe dire, con una rima da contagio nello stile di Natalia Paci) è composta di Haiku (poesie per cinque dita), dove l’autrice mostra il suo lato meno difeso, meno costruito, dove il cuore ha la meglio sulla mente, perché, al fondo, l’ironia fa parte della timidezza e ne è buona maschera: ‹‹Sono sola ora/ ho vissuto in un giorno/ ogni inverno››.
In armonia con lo spirito del libro e con l’uso continuo dell’ understatement è il disegno di copertina (una ragazza con la testa staccata dal corpo e rovesciata all’ingiù) in tratti lievi, ironici, un po’ infantili, adatti ad un moderno cartoon, di Cristina Maria Ferrara, che firma anche i disegni a suggello finale del libro, dove si ripetono studi di mani che trattengono una matita o coprono un volto. Quasi una firma a due, perché con le mani si fa poesia (poiein), si disegna e si nascondono i segreti dello sguardo “speciale” dell’artista.

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