Δευτέρα, 15 Οκτωβρίου 2012

Sulle nudecrude cose – Manuel Cohen, Puntoacapo editrice




Uno dei libri più certi del 2011 lo si deve alla cura che Gianfranco Fabbri ha della poesia e al considerevole lavoro editoriale che va realizzando nel progetto siglato L’arcolaio. Le nudecrude cose e altre faccende è il titolo di Viola Amarelli, autore il cui peso specifico in anni recenti è stato opportunamente attestato dalla presenza sul web. Non si può non partire dall’exergo di Antonio Porta: “Non mi sono mai appagato di una forma, ho sempre cercato di provocarne molte”, ed è qualcosa di più di una citazione e una massima, anzi, assomiglia in tutto a un enunciato di programma. E il programma, o meglio, la chiave di volta del libro, sta proprio in quella istanza di ricerca continua, di inappagamento in una couche linguistico-formale, e che sia di eversione dal canone, o che sia nella direzione delle«variazioni infinitesime», il libro si muove inquietamente sondando registri (epico e lirico, monodico e frammento, corale e testimoniale, dialogico e indignatio, poemetto e aforisma) e modalità espressive, tastando strofe e assetti, prosodie e prosimetri, motivi e temi minimi o massimi: perché se una via è stata indicata da Porta, quella sta tutta nel continuo avanzamento dei confini, meglio, degli sconfinamenti del dire nel tutto dicibile, nel flusso delle cose del mondo. Leggendo questo libro, perché di un libro si tratta e non di un assemblaggio indistinto di versi, pur nella evidente disorganicità o apparente incoerenza dei testi, viene da pensare a un’esperienza convenuta con il tutto: le parti e le partiture (si pensi a quanto scritto da Orsola Puecher a proposito dei movimenti musicali di Le nudecrude cose su «Nazione Indiana») tendono ad aprirsi, piuttosto che a chiudersi in sé stesse, e i molti contatti con la materia, con l’essere materico del mondo, si stigmatizzano spesso con un clausola a effetto, un lampo d’ironia garbata: «le radici le hanno le piante,/ uomini e donne hanno le gambe.» una eversione dal luogo comune: «Occorrono ossessioni, / fobie, dolori, démoni / per essere scrittura / sostengono gli amici, / come se grazia e gioia / per lieto contrappasso / fossero riservate / solo agli analfabeti.», una tessitura ironica della rilettura della storia. Perché questo sostanziato attraversamento delle cose altro non è che un tentativo di bilancio dimesso nei toni e affidato a una lingua mai compiaciuta o esondante, una critica di giudizio che passa per Minimalia (memoria adorniana di Minima moralia) che tenta più sentieri per la possibile mappatura o«Faccenda delle mappe. Viuzze e curve doppie.». Ecco allora gli inserti dialogici, le enumerazioni e le ordinazioni per lettere e per numeri di intere suite di testi, ecco gli elenchi nudi e crudi: «Una punta, un dente di pettine d’osso,/ l’ansa di un vaso,», la classificazione tassonomica della realtà repertuale e minerale delle cose e degli uomini da restituire al senso della storia: «I picchetti, le foto e i setacci. Gli strati. Ha la cazzuola. La spazzola e i secchi. Nulla d’importante, povera gente, terracotte e fibule. Questo al massimo resta». Nonostante il disincanto che affiora alla luce (si leggano anche i testi ‘generazionali’ e di militanza: Generazioni, 1943, 1978, Amnesie) sondando e dissodando un terreno di cose nude e crude, tra accostamenti figurali e giustapposizioni (quasi ricordando ancora Adorno: “nella specificazione formale si costituisce e determina un antagonismo vitale”) a emergere è un elemento di fiducia, razionale e scavata nelle cose, nella scrittura, nel suo valore testimoniale, e nel suo ethos: «Ѐ la scrittura spugna, materia che respira: quello che hai ridai. Per questo ogni poesia è sempre, dannatamente, anche nolente, politica.»
(Manuel Cohen)
(già in Punto, Almanacco della Poesia italiana, puntoacapo editrice)

Δεν υπάρχουν σχόλια:

Δημοσίευση σχολίου