Πέμπτη, 18 Οκτωβρίου 2012

''Rasulanne'' - Marcello Marciani, edizioni Cofine






Poesia che nessuno può mangiarla più dolce e più furiosa
Appunti di Anna Elisa De Gregorio su Rasulanne di Marcello Marciani, edizioni Cofine 2012, premio Città di Ischitella-Pietro Giannone 2012.
È una maledetta sorpresa quella che per prima ci arriva, come una rasoiata sulla faccia, durante la lettura diRasulanne (rasoiate), raccolta poetica di Marcello Mariani nella lingua “rasposa” e ben poco accattivante di Lanciano. Per la forza realistica, erotica, carnale, e allo stesso tempo visionaria (al limite dello sragionare) dei versi, la novità dei temi, l’originalità selvaggia dell’uso della lingua. In questo caso il dialetto rappresenta una marcia in più, che apre strapiombi e cieli. Senza limiti. Ci vengono scaraventati addosso suoni di arancio, di rosa, angustie e sangue.
Da dove escono questo umor nero, le unghiate ironiche, gli endecasillabi così perfetti e virili, i giochi di assonanze e rime (pezze, rrazze, rizze, pazze), se lo domanda anche il poeta nel prologo del libro e si risponde: ‹‹Da un foro in petto stanno salendo/ codeste voci strambe dure o lente/ che s’avventano e mozzano il fiato››. Una ferita, un colpo di pistola, viene da pensare. Furore e malinconia sono le due passioni che guidano Marciani, l’unico modo per rispondere all’assurdo e alla finitudine dell’esistere.
Interrogazioni che ci lasciano inquieti fin dalla prima poesia (le scurdunanze de l’attore), parole scritte a voce alta, urlate, che non permettono di restare sordi. Sono le parole dell’Attore-cuntore, che è anche pupo nel teatro di figure create dal poeta. Lui sta costantemente tra lo sprofondo e il sogno, obbligato alla parola.
Sentiamo sotto i piedi la terra che si muove, uno strano fenomeno bradisismico. Come non pensare, leggendo il disperato appello di Patalòcche (rivolto a un tu imprecisato o inesistente) alla poesia di Michele Sovente, vissuto in una terra per eccellenza mossa dal bradisismo del vivere, e che ha usato il dialetto per inviarci messaggi di tramonti e terremoti, fra limoni e cani rabbiosi, fra nuvole e vecchiaia? Infatti per niente rassicuranti sono i quindici monologhi di Marciani (davanti al palcoscenico dove siamo stati catapultati, recitano litanie in prima persona la Spinaventosa, la Budellona, la Dormigliona, il Campanaio…) in un “senza tempo” altrettanto non rassicurante, lontano anni luce dai versi nostalgici o sognanti di un eden pastorale, mai esistito, se non nel desiderio; i personaggi sono sospesi, eterni, hanno una loro grandezza mitica, che va al di là della storia, eppure fanno parte dell’immaginario più banale di un banale paese del centro italia. E allora dov’è l’originalità se non nel ritmo del verso attorcigliato, ansante, nell’uso slacciato da ogni schema delle metafore, nelle frasi senza centro, nella libertà degli atti e dei pensieri a volte blasfemi, a volte tenerissimi, quasi sempre rabbiosi di questi pupi?
Si esce dalla lettura di Rasulanne sbattuti, stravolti, come dopo una catabasi o un naufragio, dove tutte le nostre certezze sono finite in bocca ai pesci, con l’odio per l’acqua che abbiamo ingoiato, salata, eppure estatici; abbiamo fatto un’esperienza estrema, quella dei dervisci roteanti, con tutte le conseguenze “nefaste” che ne derivano, perché ci verrà voglia di scrivere, di mettere la nostra creatività ripulita su un foglio, di “copiare” da noi stessi parole infuocate che avevamo dimenticato. E non ci riusciremo, perché il dono della poesia è solo di pochi “idioti”, di pochi fanciulli…
Volutamente nessun verso in dialetto è stato scelto a esempio della poesia di Marciani, il libro va letto, dobbiamo spiaccicarci addosso le parole, una per una, sporcarci. A malincuore (è un’ingiustizia verso gli altri componimenti) segnaliamo Lu pozze (dove sentiamo dubbòtte, de telefone, o de che?) e La ninnille (dove ci facciamo giocare dall’ambiguità tra il maschile e il femminile).
Ci scompiglia l’anima la poesia di Marciani, che con un lingua “vecchia” fa cose nuove. Dalle ormai strette fessure della lingua scappa via sempre la poesia, si libera, trova parole di meraviglia, facendoci ricordare, ritrovare quella libertà primigenia perduta.


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