Παρασκευή, 5 Οκτωβρίου 2012

Mariam Petrosjan - La casa del tempo sospeso - Salani editore






     Il romanzo è ponderoso, più di ottocento pagine, costruito e distinto in libri, attraversato da una foga descrittiva che fatica a stemperarsi, come se dovesse cooptare e imprigionare il lettore in un’interminabile e sontuosa cristallizzazione della percezione e della simbologia letteraria così corposamente stimolate e allestite. “La casa del tempo sospeso” è, già di per sé, un titolo evocativo e familiare e l’autrice, l’armena Mariam Petrosjan, ha impiegato dieci anni per scriverlo. Il romanzo è del 2009 ed è stato pubblicato in Italia nel 2011 da Salani Editore nell’accurata traduzione dal russo di Emanuela Guercetti.
     È la storia di una casa, appunto, della “Casa grigia” dove vive un’umanità dolente ma arcigna, solidale e dispotica, insana e ambiziosa. È la casa che accoglie adolescenti disabili, trascurati o rifiutati dalla società degli adulti ed è la casa – locus solus o hortus conclusus – delle storie (ripicche, desideri, malvagità) che questi adolescenti imbastiscono coralmente sulla seducente eppure pericolosa paura di crescere, come ha dichiarato la scrittrice.
     I personaggi di questo istituto di formazione – più che di rieducazione – sono infiniti, suddivisi in gruppi che si consociano e si dissociano, che agiscono come clan che inquisiscono e sentenziano, come accolite perverse che stabiliscono comportamenti e pene da osservare e da scontare. Sono ragazzi in carrozzella, storpi, malati, reietti dalla vita e dal mondo ma con l’idea bizzarra di poter o dover ricompattare e ricostruire all’interno di questa casa dove il tempo si dilata infinitamente una realtà compatibile, benché poi nei fatti irrealistica e irrealizzabile. Non hanno più i loro nomi veri giacché, di vero, in quella casa grigia c’è soltanto il tran-tran losco e incomprensibile di future e impenetrabili rivelazioni, di enigmi che restano irrisolti ma che servono a rendere palpitante la ricerca di una verità. Vengono così chiamati, gli ospiti di questa casa, con dei soprannomi, tutti indistintamente: persino i guardiani o il personale di pulizia hanno rinunciato ai loro nomi originari per dei nick names intuitivi, che rimandano ai loro caratteri, alla loro corporatura, ai sentimenti che eventualmente ispirano in questa sarabanda che sembra tanto mediatica e che è invece solo la rappresentazione amorfa e interminabile di una volontà opaca, obliqua.
     C’è che si dedica coraggiosamente al fumo e viene detto ovviamente Fumatore, chi non si risparmia nelle nefandezze ed è chiamato Sciacallo Tabaqui, chi da direttore della casa emette con crudeltà degli ordini inderogabili ed è per l’appunto Squalo, chi mostra un atteggiamento all’apparenza nobile e superiore e non può essere che Lord, chi da cieco non è altro che Cieco, chi si nasconde dietro le parole ed è Sfinge, chi somiglia ad un alce e Alce è, chi è tetro nell’aspetto ma dai capelli biondi ed è conosciuto tuttavia come Nero, chi non sta mai fermo ed è quindi Grillo e l’unico in grado di camminare perché non costretto sulla carrozzella è inspiegabilmente Balena. Sono questi, fra i tanti, gli “eroi” strabilianti ed eccessivi di una saga di educazione per molti versi inafferrabile, inquietante finché si vuole eppure consueta e riconoscibile, perché necessariamente identitaria, come per i reclusi di un carcere o i coatti di una banda di bulli.
     Tutti parlano e tacciono, interagiscono e interloquiscono, passano da un gruppo (i Fagiani) all’altro (i Ratti) per evitare rappresaglie o per paventare minacce: infondono timori e sospetti, teorizzano idee campate in aria e opzioni da scegliere con prontezza, si oltraggiano e si assolvono, si sporcano lordandosi l’un l’altro (uno sputo, un vomito, un mozzicone di sigaretta) ma poi si lavano accuratamente per restare, a modo loro, innocenti e mondati da ulteriori e più sordide tentazioni. È una matassa che si dipana per aggrovigliarsi, una catena che aumenta a dismisura le sue maglie per allungare il tempo e, in altre parole, la narrazione. Quello che succede in un episodio è puramente casuale rispetto a quello che succederà nell’episodio seguente: tutto si involve ed è raggelato da una ciclicità che vuole apparire illuminante e che spesso, invece, è soltanto narcisistica e fortuita.
     Il romanzo gira intorno a questi numerosi personaggi come registrando le monotone volute di una giostra, dove si intersecano le opinioni contrastanti di coloro che non sanno decidersi e di quelli che sanno già come andrà a finire ma che si guardano bene dal vaticinarlo o crederci. A reggere le fila di questo ordito che si sfilaccia di continuo è l’io-narrante del Fumatore, questo dodicenne in carrozzella che viene accolto in questa casa e nei suoi segreti per trascorrervi il suo tempo… Ma qual è questo tempo? Quale il traguardo da raggiungere per lui come per gli altri storpi se il tempo che passa in realtà non modifica nulla e non indica nulla che possa far pensare ad un esito?
     Chi o cosa ha stabilito quale debba essere la sorte di Moro, Teschio, Strega, Bandar-log Larry, Cavallo, Macedone il pulitore, Atleta col suo branco, Cefalopode, Destriero, i gemelli Max e Rex, i tre porcellini Timmy, Tommy e Gimmy o Gobbo? E perché poi, a un certo punto, uno di loro, Pompeo, che teorizzava la necessità di una scelta, di colpo muore o si uccide o viene visto morire?
     Più che eroi sembrano creature terrificanti da dark comics, personaggi da romanzo gotico, che ricordano gli artisti da circo – anch’essi storpi e disabili – del film di Tod Browning “Freaks” (‘scherzi di natura’) del 1932. Sicuramente l’atmosfera che si respira in questo romanzo è opprimente ma talvolta persino placida ed evasiva: il romanzo procede infatti per associazioni di eventi tenebrosi gestiti da personaggi reticenti e riluttanti, come se si trattasse solo di un gioco, spesso macabro, nel quale si tenta di recuperare, è il caso di dirlo, romanzescamente il candore e la meraviglia di un’aberrazione paradossalmente rivitalizzante. Nel film di Browning i rifiuti umani vivevano le loro avventure esistenziali (amori, tradimenti, passioni) sorprendendoci per la loro “normalità” in un contesto di mostruosità (il Nano e la Ballerina che vengono mutilati dagli altri circenses per la loro relazione sentimentale, giudicata indegna e inqualificabile).
     Nel lunghissimo romanzo della Petrosjan la sorpresa è data dall’attenzione della scrittrice, dalla sua sconfinata capacità visionaria. L’autrice non ci dice dov’è ambientata questa “storia fatta di storie” (siamo in Russia, in Armenia, nel mondo interiore di un io-pensante?); ci fa capire che stiamo ai giorni nostri, in sincrono con la storia della realtà attuale e tuttavia costruisce lafabula di questo romanzo nella scansione disarticolata dello spazio-tempo.
     In verità, il romanzo ci disorienta ed è stato concepito per disorientare: non c’è niente di logico e conseguenziale, la struttura narrativa ripiega su se stessa – quasi come una coazione a ripetere – per non arrivare mai a dei punti-cardine, per lasciare il mistero irrisolto nel suo ritmo andante, nella sua seducente prolissità.
     Gli adolescenti disabili vagano sulle loro carrozzelle o sulle loro stampelle tra le stanze di questa casa-ospizio nel quartiere detto “dei pettini” in una città o un luogo senza nome. Si spostano di continuo – ognuno nei suoi ambiti di pertinenza – perché stanno vagando verosimilmente nella loro età più che nella loro esistenza.
     Agiscono come carnefici pietosi o come caporioni imbecilli ma pensano comunque da ragazzi, proponendosi come individui che abbiano scelto di non coniugare la vita con gli anni (gli anni possono essere giorni o attimi) ma solo con l’insopprimibile e sofferta routine del loro modo di essere al mondo.
     Si moltiplicano le presenze e le storie legate a queste presenze: si scopre che il direttore Squalo è malato di cancro, che muore Lupo del branco di Cieco, che Elefante, Gamma e Bellezza – personaggi defilati – assumono ruoli sempre più rilevanti, che l’educatore Ralph (che ovviamente non si chiamava così) non la spunterà per far approvare il suo metodo di formazione degli infelici e dei maligni, che l’educatrice Tesoruccio cercherà di dissuadere la ragazza Ondina dall’amore per Sfinge e che, tra un Diario di un narratore occasionale e un Intermezzo per parlare di come succedono le cose in quella casa, verrà fuori il tema centrale di questo romanzo, lo spauracchio e l’implosione di ciò che sul serio opprime questi disabili: l’Esteriorità.
     La scrittrice ci arriva un po’ lunga su questo tema: intanto perché l’Esteriorità non significa solo ciò che è esterno alla Casa grigia (e quindi la difficoltà di percepirlo), ma anche ciò che manca a questi ragazzi come rappresentazione di tutto ciò che è altronella loro esistenza. C’è dunque una frattura tra l’intimità negata di questi ragazzi e la visione del mondo anch’essa opacizzata che li fa girare a vuoto, alla ricerca di un’illuminazione qualsiasi, fosse anche per un paio di scarpe rosse da jogging. E le storie si complicano perché semplici non possono essere: Rossa, sorella di Rosso, si innamora di Cieco ma Rosso non approva sicché chiede a Pantegana, una bambina procace, di corteggiare Cieco, magari di offrirsi come amante pur di mandare a monte l’interesse di Cieco per Rossa. Altri amori sbocciano: tra Gufo e Beduina ma non si concretizzano come ci si aspetterebbe. E ancora altri personaggi vengono alla ribalta: l’avo generatore AVEG degli Aveg (acronimo di Avo e Generatore), la ragazza Pecora, Sahara, Puzzola il terrorista dei petardi di appena nove anni.
     Alla fine di questo romanzo monstre, con tanto di epigrafi di poeti e scrittori illustri (Lewis Carroll, Dylan Thomas, Jorge Luís Borges…) agli innumerevoli libri o capitoli, si avverte la sensazione di aver letto una storia monumentale dal fascino incerto, di aver compiuto un estenuante viaggio in Nowhere Land, di aver esplorato una terra di nessuno che non ci ha rinfrancato, di esserci avventurati in ciò che pensavamo fosse la nostra voglia di essere mentre, più modestamente, era solo l’inconfessato anelito a restare uguali a noi stessi, comunque fossero andate le cose, comunque siano di fatto andate le nostre cose.
     Mariam Petrosjan ha scritto un romanzo sulla difficoltà che hanno gli adulti nel rileggere o rivivere i bambini che sono stati e sull’angoscia che i bambini provano quando si accorgono di essere cresciuti. È un tema classico, affrontato dagli scrittori di tutti i tempi ma, tralasciando l’eccessiva e ridondante lunghezza di questo romanzo di ottocento e più pagine, vale la pena sottolineare come “La casa del tempo sospeso” aveva l’ambizione di essere esemplificativo ed esaustivo. Sono stati due obiettivi mancati, purtroppo, ma almeno un traguardo questo romanzo l’ha raggiunto: gli ospiti di questa Casa, una volta arrivati alla maggiore età, dovranno scegliere se restare in quelle mura e in quelle situazioni oppure uscirne.
     Scegliere di restare o uscire significherà conservare per sempre il tempo che era stato interrotto oppure dare al proprio tempo (cronologico, storico, anagrafico) un sigillo di consapevolezza, un attributo di vita vissuta, uno scopo, un fine.
     Col tempo sospeso, di una Casa o di una Dimora, ci si può illudere di essere al riparo da tensioni e tormenti, di far parte di un’esistenza cristallizzata in un presente infinito. È tipica del giovane artista la sensazione di poter dominare il proprio tempo (basti pensare a James Joyce, a Dylan Thomas) ma quel tempo, se pure resterà a lungo sospeso, dovrà eliminare le inevitabili zavorre che un tempo parallelo o alternativo comunque produce.
     Poteva Mariam Petrosjan dire tutto questo con un minor numero di pagine e con una narrazione più fluida e controllata senza ricorrere agli artifici di un nuovo manierismo letterario? Forse sì, poteva, come possono tanti altri autori di oggi quando ritengono che basti la scrittura a fare letteratura: il più delle volte la scrittura fa solo sociologia della letteratura.
     Il romanzo della Petrosjan si conclude con la visita di un altro ragazzo che, accompagnato dalla madre, fa il suo ingresso nella Casa grigia: dall’interno delle camere lo salutano con un rauco “Urrà!”. La storia si ripete e il tempo riprende a fermarsi, come volevasi dimostrare.

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