Τρίτη, 16 Οκτωβρίου 2012

Marco Ercolani, Taala, Greco e Greco Editori




“C’è sempre stato, fin dall’inizio, qualcosa di strano, di irreparabile, di impossibile da pensare, a Taala. Chi la vedeva riflessa in un pozzo, con le strade affondate nell’acqua; chi la scopriva come un groviglio di cavi, oscillante alle minime folate di vento; chi la percepiva come una fogna maleodorante; chi come una cantina silenziosa o una stazione vociante di ubriachi; chi come un’isola chiusa da una barriera di scogli, popolati da stormi fragorosi di uccelli. Tutte percezioni plausibili. Il fatto è che nessuno le comunicava all’altro. Così tutti camminavano con i loro cervelli ben chiusi, e la bocca sigillata”.
“Sono tentato dal descriverti Taala come si descriverebbe una città mirabile, enigmatica o terrorizzante. Insomma, costruirti il romanzo della città, perché tu possa leggerlo. Ma Taala non era così. Chi si aspettava un’oasi romantica vide dei palazzi d’acciaio: chi si aspettava una città d’acciaio affondò in una palude. Insomma, Taala deluse tutti. Per un certo periodo di tempo, ci sentimmo quasi irrisi da lei: il suo opporsi ai nostri desideri ci sembrò il pensiero diabolico che lei ci opponeva, per non essere posseduta. Poi cominciammo a capirla. E allora divenne bello amarla, provare un senso di stupore e di rispetto, di felice meraviglia”.
“Ecco cos’era Taala: una città sventrata, una trincea con nubi di polvere e di fumo, con quei sacchi di sabbia nelle strade, con quegli schermi che si gonfiano e sgonfiano nell’aria, secondo le raffiche di vento”. “Taala è proprio così: una città incerta di sé, che tutti possono plasmare, come un vaso di cera”.

Marco Ercolani, Taala
Milano, 
Greco & Greco Editori
,
“Specchio Oscuro”, 2004
Ora in:
La Biblioteca di RebStein

XXXIV, Luglio 2012

Taala

Non hai per caso visto cosa ha fatto il tuo Signore al popolo di Ad, a Iram dalle colonne, città edificata come nessun’altra al mondo?
Corano, LXXXIX, 5-7.
La città aperta è assurdamente prensile…
Osip Mandel’stam

Primo quaderno: Jaqé.

     Ora posso parlarti, ma solo ora.
     Abitavo in una stamberga afosa: ecco tutta la verità. Ricordo un’insegna di latta, un barattolo di colla, il manifesto di una faccia assonnata. Poi un giorno sentii le tende gonfiarsi. Vidi le finestre coprirsi di sabbia sporca. La sabbia veniva spinta a onde, a folate che si allargavano sul vetro in pulviscoli rossastri. Attesi che il disastro che mi veniva annunciato accadesse. Il vecchio tronco vigoroso, dalle radici contorte e dai rami giganteschi, quello che vedevo sempre all’orizzonte, oggi mi sconcertava. Era liscio e compatto, senza nodi e senza corteccia, come non lo avevo mai visto. Attesi ancora. Sarebbe bastato andar via, chiudere la porta senza voltarmi, e forse non sarebbe successo nulla. Invece restai. Gli occhi mi bruciavano per la polvere, e l’orrore cresceva.
*
     Immagina i nostri giorni. Ascensori e scale mobili. Un brulicare di corpi, di passi, di sospiri, nel mezzo della notte. Una folla rumorosa e interminabile. Luci, lunapark, mattatoi. Insegne che brillano oblique. Porte a vetri, lampioni, cancelli di ferro. Schermi, specchi, manifesti. Quante schiene curve, quanti corpi in fuga! C’erano drogherie e magazzini, grattacieli e videoteche, carcasse di automobili e parcheggi vuoti, discoteche e bidonvilles. A volte correvamo, gli occhi fissi sulla schiena di chi ci correva davanti, trafelato. Nessuno di noi aveva un’idea comune. Concordavamo su alcuni dettagli: un clima secco, il paesaggio sabbioso, le luci intermittenti. La temperatura, o era troppo fredda o troppo calda: per nessuno era mai la stessa. Il nome… Sì, il nome. Mi pare che fosse Taala, ma non ne sono certo. Neppure del mio nome lo sono: quello che scrivo sul quaderno è il primo che ricordo… Le cose mi vengono in testa lentamente. Non si parlava molto, laggiù: erano tutti allarmati, come se prevedessero un pericolo. Con l’avanzare del buio, si agitavano in modo forsennato. Entravano e uscivano dalle case in gran fretta, si nascondevano nei portoni, salivano febbrilmente le scale. Talvolta ballavano o socchiudevano gli occhi. Avevano una grande eleganza nel muovere le mani, una commovente naturalezza. Ricordo bene le loro ombre. Lunghissime, molto scure. Ombre di schiene, di braccia, poi di mura. Ma le mura si confondono con le lenzuola del letto…
*
     Negli ultimi giorni – prima di essere catturati – accadeva qualcosa fuori dalle nostre case. Niente di rilevante, niente di significativo. Ma mi sembrava, dal rumore, che spostassero sacchi di sabbia. Ed erano pesanti. Molto pesanti. Chi li trascinava faceva parecchia fatica, puntava i piedi sull’asfalto, ansimava. Io avevo pena per lui. Eppure sapevo tutto. Sapevo che ci stavamo difendendo: i sacchi erano trascinati per tutti i punti della città perché potessimo resistere e opporre una mappa precisa a quella, sempre più informe, delle nuvole che si allungavano nel cielo. Una città ordinata può resistere al crescente disordine delle nubi. Di questo ero certo. Ma non scesi in strada con gli altri. Non spostai niente. Non capii o non volli capire. Giunsi a pensare che quella mappa di sacchi fosse solo uno stupido scherzo, di cui non volevo essere responsabile. Molti, dalla strada, mi guardavano con disprezzo. Fra di essi c’era un uomo. Lo notai per l’altezza insolita, l’andatura tranquilla, la sconcertante magrezza. Non disse nulla. Si limitò a indicare la mia finestra con un cenno, poi proseguì oltre.
     I sacchi, è facile intuirlo, erano dei rifugi. Tutti si nascondevano lì, quando si facevano sentire le esplosioni. Era una sola trincea. In molti ansimavano, dopo la corsa. Soprattutto un uomo: si chiamava Nidèn. Mi diceva che talvolta bisogna dormire. Che essere adulti è normale. Parlava con ansia, agitando le mani. Si toccava con terrore il cranio calvo.
*
     Non ho nessuna storia da raccontarti, nessuna storia che possa spiegarti nulla, ma conosco un mito. È il mito dell’origine di Taala, quella che i miei nonni chiamavano la magnifica qal’ah, la città-fortezza, lo splendido, incomparabile qasr. Diversi secoli fa tre uomini – la tradizione li definisce semidei – si addentrarono nelle rovine di una città a cui nessuno aveva dato un nome. Il primo appoggiò un sacco contro alcune vetrate che giacevano infrante al suolo. Il secondo si avvicinò e lo scucì. Il terzo prese la polvere che ne usciva e la sparse tutta intorno. La polvere aveva un colore rosso-opaco, quasi grigiastro, segnò una lunga traiettoria circolare oltre la quale non doveva addentrarsi nessuno: quello divenne il confine di Taala. Col passare del tempo, si parlò dei tre uomini come dei semidei che avevano edificato Taala dal nulla, e tutti dimenticarono le macerie da cui la città aveva preso forma. Ma poi, qualche anno fa, un uomo alto, dall’andatura lenta e solenne, fece il giro delle mura con una torcia accesa. Verificò quei confini e non disse nulla. Ricordo che era seguito da tre soldati. Uno di loro disse: «Manner». L’uomo alto si girò, ascoltò, non disse nulla.  Rifece il giro delle mura con la stessa fermezza, come ad accertarsi che la sabbia ci fosse ancora. E, con la sabbia, i confini.
*
     Sembriamo uomini come tutti gli altri. Tu ci vedi. Ci laviamo, mangiamo, dormiamo. Ma siamo solo dei servi. La città è stata dominata, fin dall’inizio dei secoli, dalle Sfingi e dalle Chimere. Quando siete venuti voi, loro hanno finto di non esserci e si sono rifugiate là, in una piega dello spazio. Ma torneranno. Noi siamo sempre al loro servizio. Non illudiamoci che qualcosa sia cambiato. Niente muta, se al destino degli altri uomini partecipa anche il nostro respiro. Il fatto che esistiamo, significa solo questo: che esiste un ulteriore punto di vista sull’universo e che, se una foglia cade nell’aria, sarà guardata da un occhio in più. Ed è tutto. A condannarci, sono stati i nostri sogni. Quelli tra di noi che prima vivevano serenamente, quelli che osservavano le dune e costruivano le mura e descrivevano il cielo, di colpo, per qualche misteriosa ragione, restarono delusi, colti da una malinconia irrimediabile. E allora smisero di calcolare, di disegnare, di prevedere. Cominciarono a parlare, di giorno, delle fantasie che avevano sognato di notte. Col passare del tempo videro solo quelle. Alla fine le porte divennero fatiscenti, le scale vacillarono, le case sparirono. I più vecchi si nascondevano tremando, dietro a quei sacchi di sabbia malcuciti, forati da grossi buchi, che riparavano poco e male. Ieri ho rivisto Nidèn: mi chiedeva se avevo un luogo in cui potesse dormire. «Sono tre notti che non chiudo occhio. Possono arrivare da un momento all’altro… – mi ha detto con voce affannata.

***

Secondo quaderno: Vejkas.

     Vorresti che descrivessimo le nostre esperienze. Non chiedi poco a degli esseri che vagavano in un deserto con gli abiti a brandelli. Però sei ostinato e ammiro la tua tenacia. Vuoi veramente sapere? E allora ascolta!
     Ecco cos’era Taala: una città sventrata, una trincea con nubi di polvere e di fumo, con quei sacchi di sabbia nelle strade, con quegli schermi che si gonfiano e sgonfiano nell’aria, secondo le raffiche di vento. Io camminavo in mezzo alla solita folla: persone che ridevano ubriache; altre che correvano trafelate; altre immobili, i piedi puntati per terra. Vedevo poliziotti e barboni, travestiti e drogati. Chi sfrecciava con la macchina, chi raccattava cicche, chi parlava a una donna, chi tremava di freddo. La solita folla delle metropoli. Ricordo della plastica rossa e gialla, dei bacili infuocati, chi fondeva tubi di ferro o di ghisa, chi aveva la faccia coperta di polvere grigia. Il solito piccolo inferno, con i cavi e le sirene. E lontano, il deserto. Le dune sabbiose. E tanti arcobaleni, tutti di un verde smeraldo. Ero tormentata dal sospetto che molti, quasi tutti quelli che conoscevo, si nascondessero, e non sapevo spiegarmi perché. Alcuni, ogni tanto, affioravano dai portoni. Si trascinavano in mezzo alla polvere, come vagabondi; scartavano i bidoni, i sacchi, salivano o cadevano, imprecavano. Oppure separavano la plastica dalla carta, la carta dal metallo, camminavano su uno strato di polvere, di cenere, di merda. Poi andavano verso certe baracche, ci giravano attorno. Talvolta erano vestiti, talvolta nudi. Allungavano le braccia verso l’alto o verso il basso, e correvano stralunati. Se si fermavano a salutarti, ti parlavano in una lingua incomprensibile. La scena, però, durava poco. Dal fondo della strada saliva una jeep, si fermava, ne sbucavano dei tipi in tuta grigia, che si accostavano ai vagabondi. Gli bisbigliavano qualcosa all’orecchio e quelli si fermavano, come paralizzati. Chinavano la testa, si facevano portare lontano docilmente. Una volta vidi la faccia di uno di quelli, prima che sparisse dentro un carro. Aveva due occhi increduli, due guance scavate fino all’osso. I capelli erano rasati a zero.
Il naso sporgeva affilato. La bocca era serrata.
*
     Di giorno, quando nessuno usciva di casa, c’era il demur. Noi lo chiamavamo così. Era il più antico fra i venti che soffiavano nel deserto. Aveva un suono sordo che, mescolato ai suoni degli altri venti, sembrava un boato cupo, attutito. Ma noi lo sapevamo: lo chiamavamo demur perché c’era quell’u nel nome, molto forte e cupa, quella u lunga di cui non potevamo più fare a meno. Il demurtrascina via, assorda, acceca. Così accade da sempre. Si diceva che sotto i soffi del demur si fosse accumulata tanta sabbia da ricoprire civiltà intere, ma di quelle civiltà non si sapeva più nulla. Anche se ne avessero scoperto le tracce, sarebbero state il segnale di altre tracce nascoste sotto quelle, e di altre ancora, e ancora adesso non si smetterebbe di cercare… Già molti anni fa si credeva che non valesse la pena esplorare più di tanto il passato.
*
     Col passare dei giorni cominciammo a respirare con una certa fatica l’aria rarefatta di Taala, nel timore che il vento tornasse a soffiare. Col trascorrere del tempo diventammo sempre più lenti. Non facevamo quasi nulla: ce ne stavamo chiusi nelle nostre case. Non avevamo più bisogni: né fame né sete. Ci addormentavamo senza accorgercene. Riuscivamo solo a sognare.
     A questo punto sono arrivati i tuoi amici, a darci il colpo di grazia. Bella prodezza! Dei militari in elicottero, dei disgraziati con un ordine da eseguire. Avranno creduto di eliminare un potente nemico, ma invece hanno solo catturato un gruppo di poveri sognatori. In capo a pochi anni ci saremmo estinti da soli. Ma ora, a causa loro, siamo ancora qui: esistiamo.
     E tu non sei certo innocente. Pretendi dei sogni, esigi dei ricordi. Chi sei? Un amico di quei soldati?
Che cosa vuoi fare delle nostre visioni?
*
     C’è sempre stato, fin dall’inizio, qualcosa di strano, di irreparabile, di impossibile da pensare, a Taala. Chi la vedeva riflessa in un pozzo, con le strade affondate nell’acqua; chi la scopriva come un groviglio di cavi, oscillante alle minime folate di vento; chi la percepiva come una fogna maleodorante; chi come una cantina silenziosa o una stazione vociante di ubriachi; chi come un’isola chiusa da una barriera di scogli, popolati da stormi fragorosi di uccelli. Tutte percezioni plausibili. Il fatto è che nessuno le comunicava all’altro. Così tutti camminavano con i loro cervelli ben chiusi, e la bocca sigillata. Anche nelle famiglie non ci si diceva più nulla. Ci guardavamo senza vederci. A lungo non mi accorsi che mio figlio aveva già compiuto sedici anni: mi sembrava sempre molto piccolo, credevo che giocasse, invece… D’altronde, anche a camminare, venivano dei dubbi. Prima si era soli, poi dai portoni affioravano individui che non conoscevi. Chi ti toccava la schiena, chi le gambe, chi le braccia. Poi, o scappavano terrorizzati o rimanevano accanto a te, e non riuscivi a staccartene; non ti dicevano nulla, ma erano come la tua ombra. Sentivi che ti amavano, ti guardavano come se volessero metterti in guardia da qualcosa. Camminavano con l’andatura inquieta e irregolare dei sonnambuli.
*
     Le strade spesso ruotavano riducendo le case a trottole vorticose; scale e porte, gettate a capofitto in una sciocca girandola, oscillavano sempre. Veniva il mal di mare a leggere un libro, a tener fermo un oggetto. Chi saliva o scendeva di casa era afferrato da misteriosi capogiri, perdeva l’equilibrio, cadeva. Vedevo le palle rimbalzare, gli ombrelli sbattere col manico sui gradini, le scarpe rotolare in fondo alle scale, i piatti andare in frantumi. Una volta mi affacciai alla finestra e, vedendo che tutto roteava, scambiai il nero dell’asfalto per il buio di un mare in tempesta e le persiane per un bizzarro timone. Taala è proprio così: una città incerta di sé, che tutti possono plasmare, come un vaso di cera. Quando i soldati sono venuti, ci hanno risolto un problema: non sapevamo bloccare i pensieri nella mente, non sapevamo trattenere i sogni nell’inconscio. Ora sappiamo come si fa: si distruggono i luoghi, si cancellano le tracce. Basta un tocco lieve: agitare le dita sulle impronte, soffiarci sopra, e tutto è finito. Taala non esiste più, ed è giusto che sia così.
*
     Talvolta non lo sentivo affatto, il vento – spazzava la città con turbini violenti, scoperchiava chiese e magazzini, ma io dormivo. Poi, quando mi svegliavo, sentivo le cose smussate e perfette. Gli spigoli delle case avevano perso asprezza, i volti erano diventati lisci e tranquilli. Quasi mi veniva voglia di gettarmi fra le case, di farmi cullare tra finestra e finestra, saltando su pavimenti di gomma, rimbalzando tra muri di plastica. Forse tutto è cominciato così. Forse abbiamo cercato di proteggerci, di ripararci come sapevamo, ma è passata troppe volte, quell’aria folle e violenta, sui nostri visi. Ci ha tolto le rughe, l’età. Ci ha fatto dimenticare il tempo. Ci ha fornito questa pelle liscia, impassibile.
*
     Vedo volti fissi, nell’ospedale; corpi immobili, schiene irrigidite. Non si distinguono da persone come te e come me: ma sono completamente diversi, bada! Le loro parole, registrate su un nastro magnetico, risuonano come voci. Ma, benché abbiano lo stesso timbro delle voci umane, non lo sono. Un tempo i fantasmi erano figure della mente: ora hanno un corpo, ci assomigliano, fanno discorsi. Aiutami a stanarli!
*
     Lo sai? La cosa che mi sorprende di più, a distanza di anni, è non ricordare il mio nome. Sento che nessuno lo ha mai pronunciato, e che io ho fatto altrettanto con gli altri. Non ci siamo mai chiamati, ecco tutto. Ne sono addolorata. In certi momenti non oso neppure crederci. Sentivo che a Taala si erano rifugiati vagabondi, profughi, puttane. Avrei voluto chiamarli con qualche nome e mi capitava, spesso, di bisbigliarne diversi: ebbene, a ognuno rispondevano, si voltavano, si animavano, come se riascoltassero qualcosa di familiare, di dolce. Poi curvavano le spalle, si riparavano con le braccia, sparivano ai crocevia. Si assomigliavano tutti, come una folla senza differenze, così come io assomigliavo a loro. E poi, c’era sempre quel vento. Vento forte, assordante. Non smetteva mai di soffiare. Non ti consentiva di ragionare. Smussava anche le pietre. Rombava, volgare e violento. E romba ancora. È anche qui – non lo senti? Credi di essere in ospedale ma questa è una lunga galleria, traversata dalle raffiche, e la sabbia ti crepita tra le dita, tra gli occhi. Non puoi pensare. Devi ripararti. Quelle che vedi davanti a te sono schiene curve, che avanzano con fatica, che si dibattono contro il peso dell’aria. Sàlvati.
*
     Mi chiedi perché camminavamo e perché solo di notte. Era un impulso coatto? Era solo un impulso? Non so, non rammento. Ricordo solo una frase, che risuona ancora dentro di me: «Non obbedite». Era pronunciata da una voce autorevole, adulta, che risuonava nel buio: non capivo chi avesse parlato e dove. Era una voce bassa, mite. Ma, nei momenti più dolorosi, quando Taala diventava intollerabile, mi tornava in mente come un magico sollievo e la ripetevo piano a me stesso: «Non obbedite». La ripeto ora e vedo un uomo. E’ chiuso dentro una folla. Strattona, schiaffeggia, scalcia, manda grida. In mezzo ai corpi si apre una fessura. L’uomo, zoppicando, sbuca fuori, corre lontano. «Non obbedite! – urla fuggendo.
*
     Il 9 gennaio. Non so perché ricordo così bene questa data: forse l’ho vista scarabocchiata in un calendario semistrappato, dentro una pozzanghera, in un riflesso nel fumo. Ma era importante. Era molto importante. Non chiedermi perché: lo era, e basta.

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