Τρίτη, 2 Οκτωβρίου 2012

Lustrante d’acqua - Rosaria Di Donato – Generi editrice




di Augusto Benemeglio

“Il mondo sprofonda nel suo caos originario, le cose risaltano di nuovo con quella terribile libertà che possedevano quando ancora non servivano a nessuno.”
(J. Riviére)
    
 1.   Tabula rasa

Lustrante d’acqua di Rosaria Di Donato, Genesi Editrice, 2008, è una silloge dalla scrittura ellittica – scrive Gros Pietro in prefazione -, capace di descrivere un percorso sempre collocato a distanza costante tra i due fuochi da cui prende origine, la materia e lo spirito, la storia del mondo e la metafisica dell’eterno. E’ una poesia che si fa apprezzare – aggiunge Abele Longo – per la limpidezza del verso e il valore catartico. E mettiamoci pure un’intensità mistica e un panismo orientale.
In effetti c’è un anelito ad una sorta di “apocatastasi” (ritorno all’origine, riconciliazione dell’intera creazione), attraverso un’ipotesi di ri-scrittura del genere umano, intesa non solo come ritualità, cerimonia di purificazione (acqua lustrale, sacrifizi espiatori, acqua benedetta, ect.) ma come nuova parola “lucente, risplendente, rinascente”. Ma per “riaccedere a ciò che ci è stato tolto” – scrive Rosaria nel primo verso della poesia che dà il titolo alla silloge – dobbiamo immaginare, nella nostra cella segreta, una sorta di diluvio universale che faccia piazza pulita, tabula rasa, di tutte “e’ munnezze”, schifezze, nefandezze, scorie e orrori che passano sotto i nostri ponti e ci travolgono. Muri di tenebre e omertà, terrore e sangue, quotidiane coltellate e stragi familiari, inquinamento dei mari, sterminii di pinete boschi e foreste secolari, e le mille infami e stupide guerre di religione razza potere che provocano fame sete rovina follìa e morte (“se la guerra genera altra guerra / chi erediterà il mondo“) di cui è costellato il nostro pianeta.
   
2.      Una fine che non finisce di finire

In realtà questa devastazione è in atto ormai da tempo, ma quasi non ce ne accorgiamo, non ci badiamo più. E’ un continuo, silenzioso inevitabile crollo di tutto il patrimonio dei nostri valori e civiltà, della nostra storia, ma è una “fine che non finisce mai di finire” (“nessuno nessuno / niente sopravviverà / solo il cielo resterà / immobile a fissare / le macerie”), è un tempo “penultimo”, che ci coglie forse più rassegnati che spaventati, circondati, anzi fasciati, cloroformizzati, istupiditi come siamo dall’imperante banalità, dai bla bla bla più spudorati, dal kitsch illimitato, incollati davanti al dio televisore a contemplare la nostra fine, la nostra scomparsa, senza avere la voglia neppure più di protestare, senza tentare di salire sul carro degli “indignati”, che sta diventando in fondo un’altra moda.
In questa silloge di Rosaria Di Donato ci sono dentro tutti gli eventi più significativi del nostro tempo, i lager, i genocidi, i muri di Berlino e le distruzione di tutte le Torri gemelle –, le contrapposizioni ideologiche e religiose, i crolli opposti e simmetrici – gli happening dello spirito libero e gli eventi angosciosi, tragici o, carichi di valenze simboliche. E poi i grandi personaggi della nostra storia contemporanea, come Papa Giovanni Paolo II, Pasolini Gassman e Anna Magnani, gli efferati fatti di cronaca, come quello di Hina, la pakistana fatta a pezzi dagli stessi genitori, i brani più toccanti del Vangelo, i confini, le colombe, i coralli, le partenze, i paesi oscuri, le tracce, i perché, la morte di una madre e il soffio di tenerezza di un’amica, ect… Del resto che altro può cantare un poeta, se non l’uomo, o testimoniare questi crolli della coscienza, attimo dopo attimo, respiro dopo respiro, che fanno ormai parte del nostro vivere di tutti i giorni?
“Non è un apocalisse quotidiana”, diceva Susan Sontag. “La nostra è piuttosto un’epoca di banalità ininterrotta. Dove il terrore esplode inconcepibile”. Siamo ormai in “liquidazione totale”, a saldo, e l’unica possibilità di rinascita che ci è data è forse questo diluvio sacrificale, penitenziale, questo lavacro dell’anima di cui ci parla Rosaria, una Veronica dei nostri tempi, colla borsa a tracollo, lo sguardo buono che invoca amore, e il fazzoletto intriso del sangue di Cristo nascosto nell’ansioso petto, coperto da una trina nera ricamata d’oro, rete sonora di speranza (sospeso tra orizzonti / lustrante d’acqua il mondo / rinato dal diluvio / accolto con battito d’ali / fluttuante al tatto e reso vivo / da un sonante disegno di colori / manto avvolgente profili stagliati). In questo mondo nuovo, “rinato”, la parola riacquista la sua magia antica, originaria, la parola diventa un fatto, un’azione, la parola salva, è l’antidoto al veleno della nostra cronaca quotidiana, è “lustrante d’acqua”: “forse le parole potranno / donare un senso ai giorni // forse le parole potranno circoscrivere il diluvio / arginare la deriva dell’io / forse le parole potranno vincere il timore / scardinare la resa / forse le parole potranno / accendere il giorno / adescare la vita”.
     
3. Da Pascoli a Tagore

In questa metafora (è la forza più grande che l’uomo possiede, diceva Ortega y Gasset), – “strumento dimenticato da dio dentro le sue creature, come lo strumento che il chirurgo distratto dimentica nel corpo del paziente”, – noi ritroviamo l’incanto degli innocenti “lustranti buoi” pascoliani, o la “prosa liscia e lustrante” del Carducci di San Miniato al Tedesco (“come strillavano le cicale giù per la china meridiana!”), o le fontane purificatrici del Foscolo che “versano acqua lustrante / sulla funebre zolla”. E ancora “le stelle sole / lisce, lustranti” di Giovanni Pascoli, non a caso il poeta del “fanciullino”, tema che ricorre spesso nella poesia della Di Donato, insieme a quelle ombre segrete che sono solo sue (“fantasmi che riempiono la mente”), al “silenzio totale” di chi porta a seppellire un morto e lo vede risuscitare come la vedova di Nain (pag. 26-27), o a un gesto scolpito, mistico, luminoso e musicale, che mette “nelle mani dei bambini / la preghiera del mondo”, e affida interamente a loro un possibile futuro e di salvezza: “E’ nei bambini che possiamo ritrovare il ritmo dell’acqua, che lustra l’anima“. Tutto ciò rievoca un po’cil panismo tutto orientale di Rabindranath Tagore, (I bambini s’incontranoc/ sulla spiaggia di mondi sconfinati. / Su di loro l’infinito cielo / è silenzioso, l’acqua s’increspa. / Con grida e danze s’incontrano i bambini / sulla spiaggia di mondi sconfinati), questo principe indiano (bengalese) bellissimo ricco nobile, con l’anima musicale, che aveva studiato in Inghilterra, ma tornato in Patria fece dolorose esperienze familiari (gli morirono la moglie e due figli), tragedia che riuscì a superare dedicandosi interamente agli “altri”, fondando, vicino Calcutta, una scuola per bambini in cui gli alunni vivevano a diretto contatto con la natura e le lezioni consistevano in conversazioni all’aperto, a contatto con la natura, con la poesia viva, la musica dell’anima, appunto. E’ questo forse il desiderio che anima Rosaria, insegnante di filosofia, è questo ciò che vorrebbe trasmettere ai giovani, un messaggio di libertà e di innocenza, ma anche il senso della danza, della musicalità, della ritualità, di una storia, di un destino irrevocabile che si ripete, che rifà se stesso, in una forma spirale, o ellittica, che si colora di speranza, di fede, che diventa giostra musicale: “c’è un girotondo / di bambini e angeli / sotto la volta blu // ogni bimbo del mondo / ha il suo strumento / e al liuto all’arpa // esegue un ritmo / che sana l’anima / dipinge i suoi colori”.
Rosaria Di Donato esibisce a chiare note la sua arpa eolica, il suo radicato e forte sentimento cristiano, umile, semplice, schietto, contadino, direi alla Silone di “Vino e Pane” (“padre nostro che sei nei cuori / rendici santi grazie al nome tuo // sii il nostro cibo quotidiano“), convinta che l’unica possibile felicità sia racchiusa nell’incanto del mondo infantile, ma anche che la vera poesia non si fa con l’inchiostro e lacrime ad “usum infantis”, ma con la polvere, la fatica, il sudore, i gesti nascosti, le umiliazioni, i frammenti e le macerie della nostra esistenza. E poi la fede, bandiera di carne sanguinante, e, soprattutto, l’oro del cuore che si fonde con la camicia delle stelle e le galassie dei mondi che fanno musica. Ed è quest’armonia che regna nell’universo che lei vorrebbe riprodurre nella sua lirica, quella perfetta e sottile geometrica musicalità che diviene talora canto gioioso in lode del suo dio, che ha voce nella brezza leggera, o nel silenzio (“quale gioia ha stamane il silenzio / nel profondo torpore del giorno // l’arpa insegue il daino”).
     
4. La ferita dell’essere.

C’è in questa silloge un percorso labirintico “per definire universi / città dell’uomo / spazi cosmici / dinamismi-pulsioni / simultanee esplosioni di senso-frammenti”, per ritrovare l’assoluto attraverso la strada invisibile dell’intuizione (“andare e andando vedere / incontrare la vita”), un percorso che è anche un processo interiore, un “giro intorno alla propria prigione”, che avviene attraverso le tenebre e, i muri di silenzio e il suono di aggrovigliate chitarre, che separano gli amanti al chiaro di luna. Rosaria passa come in una foresta di orologi molli alla Dalì, ciascuno segna un’ora diversa. Trema di lutto e gioia il fogliame del suo cuore. Ma ecco la spiaggia, finalmente, e il “mare che dorme sulle tombe. E sul mare il vento, e sul vento una vela che l’attende”. Vorrebbe partire (“troppo tempo ho impiegato per trovare / la spiaggia il tempo il mare / il mio splendido veliero per salpare”), vorrebbe fuggire da quell l’inferno (che è) “il mondo // e noi siamo solo incuranti devastatori di un tempio”. Vorrebbe andarsene, ma poi rimane ferma in quell’incrocio irreale tra la realtà e il sogno, in quell’universo in esilio, che s’allontana sempre più. Alla fine poggia il suo mento “sopra una ringhiera / alla balaustra senza fiori né uccellini / che corre lungo il bordo dei confini / muri-recinti e inesplorati varchi / di un orizzonte incerto e poco chiaro”, e rimane “come morta” aspettando “una luce più chiara”, forse una voce perduta per sempre.
Questa sua “fatica d’essere / fatica di esistere ogni giorno / rannicchiati alla vita / sospinti dall’inquieto sentire / illuminati da una luce / che altri non vedono” mi rievoca “La ferita dell’essere” di Mario Luzi (la strada intesse l’eremo infiammato, / l’acqua assorbe la vitrea lucentezza / rotta corre il purpureo labirinto / la tua voce perduta: “vieni, vieni”). Dov’è quella voce perduta, “questo filo di parole/questo tessuto di volti/questo tappeto di cose”, o piuttosto dov’è quella luce (“le parole taceranno / in canto muteranno / i gesti cesseranno / solo luce // solo luce / solo luce”) della speranza che forse ti guarirà dalla tua ferita richiusa da “lagrime e lagrime” di attesa, dal duro diniego sempre aperto all’avventura dell’essere, dalla strada aperta del tuo irrevocabile destino? Lei sa che qualunque cosa ci sia in fondo a quella luce, a quel mondo confuso in cui l’uomo va alla deriva, fossero anche le consuete “ceste di dolore”, bisogna proseguire il cammino. Come? Forse attraverso una parola nuova, una ri-scrittura che diventi dialogo con te stessa e gli altri, i vivi e i morti, il passato e il futuro. Ed ecco scaturire una poesia affidata a un linguaggio analogico che si muove verso una realtà carica di presenze, carica appunto di “altri”, di colloqui col fluttuante e vano mondo degli uomini e della storia, una poesia che ritorna al proprio passato, frammenti di memorie, rovine, cadute, deserti: “il paese oscuro te lo ritrovi dentro / è un labirinto di pensieri impenetrabili / le numerose cadute non servono / per imparare per districarti // è come un presepe dell’anima con cui convivi / ma non ci sono angeli che annunziano la buona novella”.
     
5. Gli angeli

Sarebbe bello vivere in una città in cui ci sono, invece, angeli che annunziano la buona novella, una città dal futuro “perfetto”, una città che sia futuro ma anche passato, come Berlino, ad esempio, dove Wim Wenders fa volare l’angelo sui monumenti più alti, nel buco vuoto della storia. In sospensione. Ha l’arte, la poesia il potere della sospensione? E’ un richiamo, una forza, un canto, una musica perpetua, o solo il ricordo di tutto ciò che è stato, che non ci appartiene più, che è passato da millenni senza che ce ne siamo accorti? Rosaria, nel finale della silloge, s’improvvisa futurista, direi boccioniana (eroismo + dinamismo = fascino abissale), ma in fondo la sua vocazione è più vicina allo Sbarbaro dei licheni, delle piccole cose insignificanti, che mette da parte come doni per gli amici. Sono cose stupende, meraviglie per gli occhi di chi sa vedere, o per le orecchie di chi sa sentire le cose col cuore, perché testimoniano la ricerca della verità delle cose, un vero inno all’amore paolino (Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, / ma non avessi l’amore…). E Rosaria è una creatura piena d’amore, tuttavia è amareggiata, sopraffatta, addolorata dall’indifferenza delle persone per la poesia, l’arte, la musica, ovvero l’amore, le “scusanti” dell’esistenza. E anche lei, come molti insegnanti veri, che amano il loro mestiere, è indotta a dire: perle ai porci! Soprattutto è ghiacciata, atterrita dall’aridità di cuore. Di che mancanza è questa mancanza di cuore che ci avvolge, che ci circonda, che non ci fa scorgere tutti gli angeli che volano sopra di noi, che stanno dentro di noi, che non ci fa vedere un dio che ci prende in braccio e ci tende la mano? (“vedi che vedi non vedi / è dio che ti ha preso per mano ti ha portato / in un paese lucente dove non costa il perdono // vedi che vedi non vedi / è sull’orlo di un baratro che l’uomo cammina / eppur danzando riesce a star fuori dal branco / abbraccia i vicini e acclama alla vita che grida”). Anche Dio soffre di immobilità e solitudine, ha bisogno dell’uomo per fare i suoi miracoli, e li fa grazie all’uomo puro, semplice, che va oltre le intermittenze dell’arte, oltre il potere di testimonianza dell’arte. Ci vuole un uomo umile, innocente, con l’oro del cuore che risuona come musica perpetua, e quest’uomo è sempre un bambino: “Ogni bimbo del mondo / ha il suo strumento / e al liuto e all’arpa // esegue un ritmo / che sana l’anima”.
     
6. A che serve la poesia?

E’ la poesia che sana l’anima? E’ vero che la cosa più importante nella vita – come diceva Fellini – consiste nel “suonare bene il proprio strumento”? Il poeta è in qualche modo un veggente. Ci sarà la profezia? Ci sarà il processo di lustrazione dell’anima? Rosaria, che cosa rimane alla fine della tua breve infelice esistenza? “Il desiderio di rifugiarsi / nella città di dio // Con la porta stretta / un piccolo varco / per cui passano i giusti / quelli come bambini / fatti a somiglianza / resi semplici”. E se l’attesa fosse, invece, quella caproniana?, fermi ad un binario morto in cui non passerà alcun treno, perché il tuo treno è già partito senza di te. Ecco, ora il vento della memoria rinfresca il fluire delle cose, quasi per arrestarle, ininterrotto riflesso, e brucia lo stesso fuoco della controversia, della angosciosa contrapposizione tempo-eternità, individuo-cosmo. Il versificare non ha senso alcuno contro il tempo spietato e implacabile che conta i minuti secondi che ti restano, e intorno a te non c’è più nulla, nessun roveto ardente, nessuna estasi, nessuna illuminazione, sei sola, in un deserto di tenebre, il vento ti porta calce sabbia e cenere negli occhi, e l’odore acre della materia che si disfa. A che serve la poesia, la lingua, l’inchiostro, il computer quando hai il sangue per scrivere i tuoi versi?
    
 7. Omero e la scala del paradiso

Dall’indecifrata visione, che l’emozione spinge alla corrispondenza oggettiva, vale a dire a immagini, eventi di uomini e di cose, cosa ti rimane? Tutto è frana, disastro, baratro , banalità e terrore, come diceva la Sontag. Lascia stare, rimani nel silenzio, rimani muta, senza memoria. Il segreto per rimanere giovani, sai qual è, diceva Sbarbaro? “Scordare”.
Dimentica tutto. Ma se proprio non puoi fare a meno di cantare, allora sii come un uccello accecato dal buio, o un Omero, che i fanciulli conducevano nelle case dei ricchi, ricoperto di foglie di viti e fasce di lana di pecora, con la sua cetra, e la sua voce ormai spenta, per raccontare una storia mai veramente esistita, o fatta di mille menzogne. Elena era stata impiccata dal marito Menelao nel grande platano vicino Sparta, e non venne mai a Troia. Sul platano c’era ancora la scritta trecento anni dopo: “Adorami: sono l’albero di Elena”. E Ulisse?, e Itaca? Ci sono stato. Un mucchio di rocce e di sassi scabri, senza terra, poco più di uno scoglio arido, assolato, deserto, inabitato, dove non giunge nessuna onda, nessuna eco, nulla.
Tu continua a cantare, se vuoi, la tua città senza futuro, una città devastata da “fantasmi che riempiono la mente, con la folla che ci opprime, con delitti impuniti, dove nulla vale l’essere umano ,/ dal niente schiacciato ,/ dal niente / chiederà mai qualcuno / ragione del senso? ” Continua a cantare nella tua chiesa piena di bambini, però, in confidenza, sarebbe bello che quella “volta blu della chiesa gotica” della prima poesia rimanesse indefinita, invisibile, un orizzonte verticale, che sale verso il cielo, una scala di seta, una scala di luce che porta su su su, fino al paradiso, oppure a una “non fine”, a un nulla, che, in fondo, è un’altra forma di paradiso.

Testi

forse le parole
forse le parole potranno
donare un senso ai giorni
ravvivare l’imbrunire
forse le parole potranno
scandire il tempo dei ricordi
circondare il presente di attenzioni
forse le parole potranno
sciogliere il nodo che attanaglia
che soffoca in gola le questioni
forse le parole potranno
circoscrivere il diluvio
arginare la deriva dell’io
forse le parole potranno
vincere il timore
scardinare la resa
forse le parole potranno
accendere il giorno
adescare la vita

lustrante d’acqua
riaccedere a ciò che ci è stato tolto
vuol dire avere le possibilità
non negate dell’ancora
avere il tempo svincolato da ipoteche
il sorriso intriso di attese
che l’anima desta schiude
al pensiero di nuovo infinito
sospeso tra orizzonti
lustrante d’acqua il mondo
rinato dal diluvio
accolto con battito d’ali
fluttuante al tatto e reso vivo
da un sonante disegno di colori
manto avvolgente profili stagliati
all’orizzonte assurti
monti protesi-volti
cime innevate maestose
raccolte al chiarore del giorno
come gocce di rugiada su un fiore
corolla di fresco mattino
dischiusa al nascente tepore

vedi che vedi non vedi
laggiù il canto ha il dolce sapore di un tempo
e non si avverte quell’afono vuoto d’essere
che incombe d’intorno crepe e dirupi invadendo
di sé ma non l’anima che preme d’amore
di grazia rinata rifulgente al mattino e dimora
diviene del nuovo e tempio d’inviolato futuro
vedi che vedi non vedi
è dio che ti ha preso per mano ti ha portato
in un paese lucente dove non costa il perdono
è fatto di alberi e terra e mille leprotti affannati
saltellano intorno le orecchie appuntite drizzando
prestando attenzione e giocando a sentire l’odore
del mondo profumo di semi calore di corpi vicini
vedi che vedi non vedi
è sull’orlo di un baratro che l’uomo cammina
eppur danzando riesce a star fuori dal branco
abbraccia i vicini e acclama alla vita che grida
con stormo di uccelli festosi che lesto si posa
di spazio vitale in cerca di riparo e di feconda
radura in cui nuovi nidi porre a dimora
vedi che vedi non vedi

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