Τετάρτη, 10 Οκτωβρίου 2012

Improvviso il mare – Liliana Zinetti - Casa Editrice L’arcolaio




C’è un testo emblematico che mi ha colpito particolarmente in questa silloge di Liliana Zinetti e da cui voglio partire. È quello che inizia “Fu questo. Il luogo”, preceduto da un’epigrafe tratta da Anna Achmatova e concertato intorno a un nucleo concettuale (un “patto” spezzato, il “nessun amore” di una precisa condizione di deserto e solitudine) e stilistico di notevole perentorietà: un testo drammatico, tesissimo, in cui l’autrice mette in scena un buio senza luce e senza voce, una situazione insomma difficilmente sopportabile, se non per via di scrittura. Si capisce che c’è dietro un trauma irreparabile, segno di un amore disperato, che emerge con furore ossessivo e visionario, in un dettato gelido ed essenziale nella sua precisione e pregnanza, con la poetessa che si rivolge a un tu senza volto e senza sentimenti, sulla scena di un paesaggio che sembra farsi progressivamente sempre più vuoto, con l’effetto di trasmettere al lettore uno stato d’animo tragicamente claustrofobico, di nera inquietudine, tipico di chi non sa intravedere alcuna consolazione oltre il “nulla” dei giorni.
Ecco, è in questo segno, nel dissolversi improvviso della “misura” assediata da “un vento scurissimo, senza nome”, che si dispone la poesia di Liliana, non solo la presente silloge inscritta sotto il titoloImprovviso il mare, e direi tutta quanta la sua ricerca poetica: confrontandosi cioè continuamente con il senso di una perdita, con una ferita, a partire dalla scoperta che c’è in agguato, per dirla con le parole dell’Achmatova in esergo, “un mondo crudele e rozzo”, “un Dio che non ci ha salvato”. Nessuna concessione al patetico, a un surrogato consolatorio, dunque, e nessuna rimozione, nella convinzione che solo parlando di sé con sé attraverso la lingua dell’autenticità, attraverso la poesia, le può riuscire di mettersi a nudo, di sviscerare e vivisezionare, come direbbe Leopardi, il suo dolore. Scrittura dell’io, dunque, scrittura impietosa ed espressionisticamente determinata, dominata da un’ansia che si traduce in un respiro ossessivamente paratattico, a sottolineare ed elaborare uno scacco originario, che toglie il fiato e metonimicamente si riproduce nei microframmenti del mondo e della vita, corrispondendo a un bisogno di risarcimento sentimentale, a un bisogno di totalità costantemente rimandata, alla nostalgia di una “misura” perduta e mai più ritrovata se non a tratti nei versi. Versi franti, spezzati, dolenti in cui l’esistenza (e l’esistente) diventano così pretesti, “nomi forme senza tempo” (Verso il margine. Fruga l’aperto), per confrontarsi con i fantasmi, annidati nel “fondo incompresibile”, nel “silenzio” assordante della sua storia, di ogni storia, in cui può perfino comparire inaspettato un qualche brandello di speranza, come pare suggerire il testo eponimo dell’intera raccolta. Di fronte ad esso, al “mare”, ai suoi “barbagli dorati” e alle sue sconfinate possibilità di viaggio, di avventura, “alzare la testa” diventa una necessità e una promessa di riscatto e libertà difficilmente trascurabile: l’annuncio di una fierezza che garantisce un destino di rinascita, dove “lui” (ma è anche intercambiabilmente una “lei” se possiede i suoi stessi “occhi”) finalmente “torna e attende / attende di rinascere”, come sembra dirci l’ultimo testo, E così nella luce, e giusto quanto recentemente in un messaggio personale conferma l’autrice stessa (“Passerà, tutto scorre… Nella mia fragilità c’è un nocciolo duro di resilienza”).
(Vincenzo Guarracino, dalla Prefazione)

Liliana Zinetti, Improvviso il mare
Prefazione di Vincenzo Guarracino
Postfazione di Gabrio Vitali
Forlì, 
Casa Editrice L’arcolaio, 2012

Testi

Le sei di mattina e un gallo lontano,
il canto degli uccelli. I bambini dormono
un sonno lieve, si girano sul fianco,
le ali accanto.
Ancora non si muove il disordine
del mondo.
Sta acquattato oltre la siepe,
tigre pronta al balzo.
Hanno acceso i falò nella notte,
nudi danzato tra le fiamme.

Cave canem
che bruciano angeli in volo
arrossano il cielo
e tra case uccelli alberi sconvolti
è caduta la concupiscenza dell’uomo.
Se lo sparviero volge su di te lo sguardo
tu scaglia la pietra che rovescerà il mondo,
accendi la parola.

*

Se scrivo ciò che sento è perché così facendo
abbasso la febbre di sentire.

F. Pessoa
I
Verso il margine. Fruga l’aperto, il duro
cielo di novembre, qualcosa rimasto
nel fondo incomprensibile. Il tempo osserva.
Polvere e petali, ghiacci eterni.
Alla fine dei nomi forme senza tempo.
È poco, è tutto.
Pare strano non sanguini la luna.

II
Lingua di fiori, il sentiero ha colori
transitori. Per il nulla
fiorisce la rosa. Dove finisce l’azzurro
cade il nome, i libri scordano le parole.
Ripetere per la notte, per la distanza
delle mani, per il nulla
in fine?

III
Le strade si aprivano, ma
non era questo. Era trovare la direzione,
fosse pure la coda tesa di un gatto
o una piccola stella
o una cosa ancora senza nome
una nota da inventare
che inverasse la luce.
Come dire: una sera, una sera
d’ombre chiare sono stato qui, era
questo il luogo, la recinzione
traboccava di rose fiorite per nessuno.

*

perché ho cercato troppo ciò che ho perso.
Philippe Jaccottet
Il pomeriggio d’aprile ripete l’inverno.
Non potrai essere felice se cammini tra le ombre.
La felicità ha un’età breve.
Hai guardato troppo a lungo.
No, sono risalita e la luna
era la stessa luna,
rifletteva l’identica disperazione.
Le stelle sono cumuli di gas e detriti
solo i vermi non mentono.
Dobbiamo imparare la distanza,
subirla è il dolore.
Guarda, la siepe del giardino
delimita un piccolo mondo
d’insetti sotto un tetto d’erbe,
il sorprendente azzurro di una farfalla
è cielo.
Il gesto del contadino che apre
il ventre molle della terra,
la mimesi del fiore che sfoglia ricordi
del colore
sono la liturgia del minimo
a cui soggiace la vastità del mondo.

*

ad un mondo crudele e rozzo
ad un Dio che non ci ha salvato

Anna Achmatova
Fu questo. Il luogo
cercava i suoi confini, l’aperto
entrava nel nome delle cose,
devastava i margini con secchi
rumori, rigettava nel nulla i giorni
fino al patto, fino a nessun amore.
Chiuso cerchio, la misura.
Battito oscuro di fronde e stelle
fredde. Ghiaccio di rami che saliva i vetri
con unghie affilate, strappava le ali agli uccelli.
Neve e vento, foglie putride.
C’era sangue ovunque, l’hai visto? Era una sera.
Gli alberi se ne andarono, volarono
in un vento scurissimo, senza nome.


Δεν υπάρχουν σχόλια:

Δημοσίευση σχολίου